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"Leggo per legittima difesa" (Woody Allen)
politica estera
20 gennaio 2009
L’Inauguration Day di Obama…. e i miei ricordi degli Stati Uniti.

Sono sintonizzata su BBC World News e sto guardando, in diretta, l’inizio dell’Inauguration Day di Barack Obama. Il nuovo Presidente, tra poche ore, giurerà sulla Bibbia di Lincoln, al cospetto di due milioni di persone. Sarò esagerata, sarò sciocca, forse illusa, ma sono emozionata. Dentro di me sento che è un evento storico e mi sembra di assistere ad un qualcosa di memorabile.

Mi ricordo di come, da piccola, sentivo da mio papà il racconto dell’atterraggio sulla Luna e lo ascoltavo estasiata e potevo cogliere nelle sue parole la consapevolezza di aver assistito alla concretizzazione di una pietra miliare nella storia del mondo. Forse l’evento più vicino, come idea, a quello è stato assistere il 9 novembre 1989 alla caduta del Muro di Berlino e vedere che le persone picconavano quel muro come se fosse il loro accesso diretto al futuro sempre desiderato.

Il 44° Presidente degli Stati Uniti, essendo il primo presidente di colore, mi porta a constatare che gli Stati Uniti, amati o odiati che siano, sono in continua evoluzione ed hanno anche la capacità di rinascere dalle proprie ceneri come l’araba fenice. Negli ultimi anni ho sempre dissentito dalla politica americana, che fosse quella guerrafondaia, economica o ambientale. Ma ho sempre dissentito con amarezza, ricordando quanto abbia anche amato questo paese. Forse è proprio vero, per quanto trito, che dove c’è amore verso qualcosa o qualcuno c’è anche, quasi sempre, l’odio, in un movimento della vita simile al Tao.

Con voi voglio condividere i ricordi, cercando di farvi sorridere, del mio anno da exchange student nella Carolina del Nord, a fine anni 80. Il mio racconto vi farà forse capire quanta acqua sia passata sotto i ponti, per quanto sia convinta che, tuttoggi, vi siano milioni di americani, magari negli stati più arretrati o abbarbicati in qualche remota zona dei Monti Appalachi che definiscono spregiativamente le persone di colore “niggers” e gli omosessuali “faggots” (checche, culattoni). Giusto per chiarire, se al mio arrivo nell’agosto del 1988 avessi predetto che di lì a vent’anni esatti ci sarebbe stato un presidente di colore, penso che mi avrebbero considerata pronta per un ricovero coatto in psichiatria.

Anzi, Obama è mezzo bianco e mezzo di colore, cosa che nel Sud degli Stati Uniti dell’epoca era lo status peggiore di tutti, poiché i bianchi non ti consideravano e la comunità nera ti respingeva; in sostanza, la feccia della feccia.

Scusate se nel fluire dei ricordi sarò sconclusionata e andrò un po’ random (di qua e di là), potrà essere che non segua un filo logico.

Il mio primo approccio con l’America fu nell’estate del 1985, a 15 anni appena compiuti. Grazie ad un papà estremamente moderno e avanti nella visione del mondo, ottenni il permesso di frequentare 4 settimane di corso d’inglese a Miami, stando presso il campus della Florida International University. Decisi di partire da sola, senza un gruppo di appoggio. La cosa divertente era che tutti avevano pronosticato che mi sarei sicuramente persa all’aeroporto Kennedy di New York, dove dovevo cambiare dai voli internazionali ai voli domestici per raggiungere Miami. La frase tipica era: “guarda che l’aeroporto è grande come una città, mica ci arrivi da sola in Florida…”. Allora, angosciata, adottai una strategia infallibile: appena atterrata, dopo aver passato la dogana, decisi di chiedere a tutti gli addetti dell’aeroporto e a tutti i poliziotti che avessi incontrato dove fossero esattamente i voli domestici.
Chiesi, in definitiva, ogni 10 metri e così, di 10 metri in 10 metri, riuscii ad arrivare a destinazione. Di Miami il primo ricordo è quello di essere rimasta chiusa una cinquantina di minuti nel bagno della stanza del campus prima di capire che la porta era difettosa e che era chiusa tramite la pressione del bottone nel pomolo. Vabbè, sapete che sono gaffeuse.

Comunque, Miami era la Miami degli anni 80, quella di Miami Vice, per intenderci. Multietnica, variopinta, gaudente e, forse, meno pericolosa di quella che divenne nel decennio successivo, quello dell’omicidio di Gianni Versace. Il Campus, essendo estate, pullulava di studenti stranieri ed offriva ogni possibile comodità. Alla fine del soggiorno, con spirito di intraprendenza, andai negli uffici dell’Alitalia di Miami e riuscii a spostare di due settimane il volo di ritorno, con una penale bassissima. Chiamai il mio grande pops che mi concesse di stare più a lungo e feci due settimane di corso in più (peraltro gratis, perché l’organizzazione non mi recapitò mai il conto per il periodo aggiuntivo).

Due anni più tardi, nell’anno scolastico 1987/1988, mi accorsi che il liceo cominciava a starmi stretto ed entrai in conflitto con un paio di professori importanti, con diverse ore di insegnamento: filosofia e chimica. Alla fine dell’anno mi fu chiaro che volevo cambiare scuola, il che voleva dire studiare in città. Ancora una volta fu lungimirante mio padre, il quale mi propose, in alternativa, di trascorrere un anno negli Stati Uniti.

Detto, fatto. Nell’agosto del 1988, compagni di viaggio il mio saxofono contralto Yamaha, una racchetta da tennis ed una valigia, partii in direzione States. Certo, rispetto allo studente italiano medio che sceglieva sempre come meta o New York o la California, la mia destinazione (non scelta) non era delle più glamour: Boiling Springs, un minuscolo paese ad un’ora da Charlotte, Carolina del Nord. Già a pronunciare il nome dello stato mi scappava da ridere, venendomi immancabilmente in mente la mucca Carolina.

L’arrivo fu altrettanto scioccante, visto che la mia famiglia ospitante era così composta: padre camionista di di ca. 55 anni, seconda moglie infermiera di 35 anni (di fatto la figlia di primo letto di lui era più vecchia della seconda moglie..), primo figlio di 13 anni in piena tempesta ormonale, al quale bastava un qualsiasi tocco femmineo, fosse anche una sberla, per avere fulminee ed improvvise erezioni da sfogare in lunghe sessioni rinchiuso nel bagno, secondo figlio pestifero ed iperattivo di 9 anni ed ultima bimba pel di carota di 6 anni, forse la più normale di tutti.

Vivevano in una casa mobile in mezzo al nulla in campagna e mi fu subito chiaro che, più di un’esperienza di scambio culturale, avevano bisogno di una baby sitter. Devo dire che affrontai il tutto con spirito. Mi stupii non poco, tuttavia, quando scoprii, leggendo una guida per i genitori ospitanti scritta dall’organizzazione che mi aveva inviato, che gli studenti italiani venivano descritti come poco inclini alla doccia quotidiana e particolarmente dediti al turpiloquio. Che biglietto da visita! Visto che dopo vi racconterò anche di altre disavventure con l’organizzazione, vi avverto che, essendo tuttora presente in tutto il mondo, la sua sigla è composta dalla 5^ e dalla 6^ lettera dell’alfabeto.

Fui inserita nel 4° ed ultimo anno della High School di Shelby. Un mondo tutto nuovo. Non erano i professori che venivano nelle aule ma erano gli studenti che andavano dai professori. Ci si diplomava acquisendo crediti negli anni, ma scegliendo tra un elenco infinito di materie. Quindi scelsi materie normali ma anche “band”, il che voleva dire far parte della banda musicale di 110 componenti della scuola e suonare tutti i giorni della settimana per un anno. La band aveva un ruolo importantissimo, dato che suonava sempre, per incitare il tifo, nelle partite di football, di basket, di baseball, nelle cerimonie ufficiali, etc. Nel pomeriggio, dopo le lezioni, giocavo nella squadra di tennis dalle 15 alle 17.

Il mio arrivo nella scuola, che contava più di mille studenti, fu accolto con un misto di stupore e curiosità. C’era chi mi chiamava “the mob princess” (la principessa della mafia), chi mi chiedeva se in Italia avevamo l’elettricità, chi candido diceva “ah, sei italiana, allora parli spagnolo!” (? Boh?), chi chiedeva con che mezzo fossi arrivata negli Stati Uniti (a nuoto…no?) e via dicendo. In realtà, dopo un periodo di difficoltà nel capire la parlata strascicata del Sud, divenni amica di tanti e la reciproca conoscenza abbatteva, pian piano, barriere e stereotipi.

Tanto per ritornare al tema del post, la Carolina del Nord, all’epoca, era ancora estremamente razzista. I ragazzi di colore e quelli bianchi convivevano senza attriti, ma conducevano una vita sostanzialmente separata. Quando ci si sedeva nella “cafeteria” della scuola per la pausa pranzo, nell’ala sinistra si sedevano i bianchi, nell’ala destra i ragazzi di colore. Io ero l’unica che, visto il mio stato ibrido (ai loro occhi), poteva sedersi o di qua o di là senza suscitare un brusio. Anzi, forse sono tuttora l’unica bianca che campeggia sorridente in mezzo ad una foto, con duecento ragazzi e ragazze di colore, fatta alla fine dell’anno scolastico.

Nessun ragazzo bianco frequentava ragazze di colore per il fatto che sarebbe stato messo al bando dal gruppo di pari, mentre molte ragazze bianche frequentavano ragazzi di colore. Questo tipo di coppie erano, come dicevo prima, le peggio viste. Erano, in definitiva, lasciate sole. Nessuno dei due gruppi vedeva di buon occhio le coppie miste.

Il mondo della “cotton belt” era strano ed affascinante al contempo. In uno stato a maggioranza battista, non c’era funzione domenicale in cui il pastore bianco battista, della stazza di un ippopotamo, non saltasse agitato sul palco al suono di decine di “eimen, eimen” (amen, così sia) gridando che tutti i cattolici sarebbero finiti all’inferno. Visto che guardava sempre verso di me, io ridacchiavo silenziosa pensando all’ottima compagnia che vi avrei trovato.

Il fratello predicatore del padre della famiglia ospitante spesso mi imponeva le mani e mi esortava a “conoscere Gesù” che, tradotto, voleva dire convertirmi. Se ne andava sempre un po’ moscio quando vedeva che non sortiva alcun effetto…

La scuola impartiva lezioni di guida e potei prendere la patente che mi fu prontamente consegnata plastificata cinque minuti dopo la fine dell’esame di guida (alla faccia delle nostra brontosaurica burocrazia), per comprare il giornale bastava inserire il quarto di dollaro nel distributore automatico ma la cosa straordinaria era che il distributore si apriva lasciando decine di copie a disposizione. Immaginate quanto sarebbero durate qua da noi, paese pieno di furbi? In questo mondo che correva su due binari e spesso a velocità diverse, di frequente capitava che ragazzine di 12/13 anni rimanessero incinte e partorissero, nascondendo la gravidanza, nei bagni della scuola.

Con i professori si avevano rapporti rispettosi e, nel contempo, distesi. Quante volte ho corretto le fantasiose declinazioni di latino della mia insegnante, cosa che lei accettava di buon grado. Il tennis mi dava grandi soddisfazioni e rendeva complete le mie giornate. Giocavo numero 2 nel singolo e numero 1 nel doppio, quindi giocavo spesso in giro per tornei in tutta la contea.

Altrettanto divertente era suonare il sax nella band. Avevo una orribile divisa puro nylon 100% giallo oro/verde piena di lustrini ed alamari, con guanti bianchi e berretta militare. L’unica cosa che il mio maestro, che mi chiamava “paisà” perché era l’unica parola di italiano che conosceva, non mi faceva fare era marciare, perché proprio non riuscivo a fare combaciare il passo di marcia con il soffiare nell’ancia del saxofono. Per dire quanto fosse corretto nel suo rapporto con gli studenti, lui e la sua assistente decidevano i ruoli nella band (tipo 1° saxofono, 2° clarinetto, etc.) solo dopo aver assegnato un brano uguale a tutti, con l’obbligo di suonarlo anonimamente in una stanza attigua. Questo per evitare favoritismi. Al mio turno mi emozionai e parlai. Il maestro scoppiò a ridere e disse: “Ah, paisà, come pensi che possa non riconoscerti se parli e per di più con accento italiano?”.

Il primo grosso problema della mia vita nel North Carolina arrivò a gennaio del 1989. La stagione del tennis era finita e, quindi, arrivavo a casa nella mia famiglia ospitante molto prima del consueto, verso le 15.30 anziché le 17.30. Capitò allora che rimanessi a casa da sola con i figli e con il padre, perché la madre, con i turni da infermiera, era spesso assente. Un pomeriggio mi ritrovai la mano del padre sul seno ed un tentativo di approccio molto pesante. Il tutto fu interrotto, fortunatamente, dall’arrivo di uno dei figli. Da quel momento non mi sentii più al sicuro in quella casa, poiché sapevo che la madre si trovava spesso a fare anche i turni di notte. Lo dissi alla mia migliore amica, Carmen, della cui famiglia ero diventata amica. Loro furono eccezionali e si dissero disposti ad ospitarmi. Mio padre in Italia e mia nonna in Germania furono altrettanto straordinari e mi aiutarono, da lontano, ad affrontare la situazione.

Ne parlai con la referente della mia organizzazione, le dissi della disponibilità dell’altra famiglia e le dissi che non volevo che la madre della famiglia ospitante venisse a conoscenza del vero motivo per il quale volevo andare via da quella famiglia. Nella mia mente di diciottenne (forse ora farei diversamente), non volevo che una famiglia si sfasciasse o cominciasse a litigare per quello che era successo. Insomma, volevo andarmene senza mettere in piedi un pandemonio. Ma, udite udite, la referente dell’organizzazione che IO pagavo per rimanere lì, cominciò a dubitare delle mie parole, era convinta, visto che non volevo affrontare la madre, che il mio unico scopo fosse quello di andare a vivere con la famiglia della mia migliore amica.
 
Fui adamantina nella mia versione dei fatti, la referente mi fece addirittura chiamare dalle alte sfere dell’organizzazione da Washington per sapere come si fosse svolto il tutto con domande cretine tipo “ma sei proprio sicura che la mano non sia scivolata per caso?” e amenità del genere. Per fortuna si convinsero quando videro che ero talmente determinata ad andarmene da quella casa da dire “o mi spostate o me ne torno in Italia e perdo l’anno scolastico sia qua che là!”.

Una delle ultime sere nella vecchia casa la madre si arrabbiò tantissimo, voleva sapere perché me ne volessi andare. Io tergiversavo con mille motivi futili, forse lei sentiva che c’era qualcosa di grosso. Fatto sta che, di fronte alla mia resistenza, ad un certo punto mi lanciò anche un paio di forbici. Grazie al cielo, pessima mira e forbici spuntate. Giuro che se ci ripenso ora, a vent’anni esatti di distanza, sembrano cose che possono succedere solo in “Desperate Housewives” e, invece, è tutto vero!

La seconda famiglia è stato un tocco di amore e serenità nei miei ultimi mesi negli Stati Uniti. Ci siamo sentiti ancora per anni, finchè, qualche anno fa, causa peripezie e traslochi vari, abbiamo perso le tracce.
A gennaio dell’anno scorso è arrivata al Comune in cui lavoro una mail dall’America che diceva “abbiamo trovato questo nome in Google, se X Y è la ragazza che ha vissuto con noi nel 1988/1989, ditele di mettersi in contatto con noi”. Quando mi hanno girato la strana mail, per fortuna non fagocitata dal sistema antispam, non credevo ai miei occhi. Era anni che li cercavo, era mesi che desideravo mettermi in contatto con loro! Ho pensato che è vero quando si dice che pensare a qualcosa molto intensamente agevola il fatto che accada. Galeotto Google, ci siamo ritrovati e mai più perso il contatto. Il mio desiderio più grande sarebbe tornare là nel ventennale, a riabbracciare coloro che mi hanno ospitato con tanto amore. Chissà, magari riuscirò a tornare.

A giugno partecipai alla graduation (maturità) e lanciai in alto il cappello, come si vede fare nei telefilm, avvolta dalla toga verde nei colori della scuola. Per dire quante occasioni offra l’America, avrei potuto studiare in un college dignitoso semplicemente giocando a tennis per la squadra universitaria. E considerate che ero una giocatrice assolutamente normalissima, mai classificata in Italia. Io rinunciai a questa opportunità e non me ne sono mai pentita. Il primo della classe era un ragazzo di colore che partiva con 60.000 dollari (dell’epoca) di borse di studio vinte.

Ormai è notte e l’Inauguration Day è terminato. Ho pianto e, in contemporanea, mi sono divertita un sacco (come non ridere vedendo il cappellino di Aretha Franklin, il colbacco di Bush padre e la figlia maggiore di Obama scattare teneramente fotografie del papi con la sua macchinetta digitale). Il discorso, secondo me, è stato molto bello. Forse retorico, ma con nuove visioni degli assetti mondiali.

E concludo quest post con questa mia tesi, un po’strana. Il futuro sarà del meticciato. Obama è mezzo bianco, mezzo nero, del Kansas ma anche del Kenia. E’ vero che le radici danno sicurezza e senso di appartenenza, ma è anche vero che ancorano saldamente al terreno e non danno leggerezza. Essere così tante cose consente fluidità, non riconoscersi in un’unica categoria dà la possibilità di mettersi nei panni dell’altro, di non criticare, di non sentirsi superiori. Accogliere tanti mondi in sé rende più liberi di scegliersi il mondo che più aggrada, anche se all’inizio è difficile non sentirsi una cosa sola.

Avete la parola della sottoscritta, figlia di un italiano nato da un carabiniere siculo sposato ad una valligiana di Brescia, di una tedesca con madre cattolica di lontane origine inglesi ed un padre protestante. Io sono tutto questo e mi sento cittadina del mondo. Certo, come confesso alle mie colleghe, c’è da incazzarsi quando in momenti in cui c’è bisogno di ordine salta fuori la vena sicula, mentre il rigore teutonico fa capolino quando ci sarebbe bisogno di divertirsi…

Lasciamoci con la bellissima voce della Regina del soul, Aretha Franklin. Un abbraccio forte a tutti gli amici bloggers ed in particolare a Raffy a Madrid, miracolosamente ritrovata grazie a Facebook. A me F.B. non piace, ma sguinzaglio gli altri per cercare gli amici dispersi. Utilitarista!

Kisses, Arte.



CULTURA
6 dicembre 2008
L'eremita nei tarocchi: racconto breve.

 

La simbologia dell'eremita può essere brevemente letta in Wikipedia, cliccando su http://it.wikipedia.org/wiki/L'Eremita
 

L’EREMITA

La televisione, in salotto, era accesa da ore. Era notte fonda e lo schermo, nel buio, creava un bagliore azzurrognolo e sinistro.

Giuseppe dormiva riverso nella sua poltrona preferita, ormai sfondata. Il braccio destro pendeva mollemente dal bracciolo e le dita della mano avevano liberato la presa dal telecomando, facendolo scivolare per terra.

Giuseppe fu svegliato dalla luce che filtrava insistente dagli scuri. In bagno, lo specchio gli ritornò l’immagine di un uomo anziano, dalla folta barba bianca ben curata, con degli intensi occhi scuri. Era leggermente ingobbito, ma il suo metro e novanta lo portava a camminare mimetizzandosi sotto il peso del mondo.

La placidità dei piccoli gesti quotidiani, ripetuti per migliaia di volte, lo riportò a prendere contatto con la realtà. L’intenso aroma del caffè si era sparso in ogni interstizio del bilocale, la pagina 101 del Televideo lo informò del fatto che una baleniera era affondata al largo della Groenlandia, il ticchettio del rubinetto che perdeva nel tinello segnava il tempo della sua colazione.

Giuseppe non aveva nessuno: né parenti, né amici, né animali domestici. Viveva circondato da migliaia di libri, impilati e catalogati con cura, che trattava come fossero figli.

Se un visitatore avesse avuto accesso alla sua dimora, sarebbe stato incuriosito da un bizzarro oggetto custodito gelosamente in una teca in salotto: una antica lanterna appoggiata in maniera sacrale sopra un cuscino di velluto rosso. Benché fosse indiscutibilmente antica, sembrava una di quelle lanterne in vendita all’Ikea, con i relativi lumini, durante il periodo natalizio.

Tutti i giorni, nel primo pomeriggio, Giuseppe indossava il suo mantello per recarsi al parco. Così vestito, egli si sentiva come un lord inglese: l’elegante tessuto scuro contrastava con la fodera interna azzurra, ma ai suoi occhi l’insieme era di un’eleganza ineguagliabile.

Prima di uscire, guidato dall’istinto del momento, sceglieva dalla enorme libreria un compagno che rendesse le sue ore meno solitarie.

Stare sulla panchina del parco lo rendeva felice; poter osservare i passanti e i frequentatori del verde pubblico era un privilegio, un compendio vivente di sociologia e di antropologia.

Spesso i raggi del sole baciavano le pagine del suo libro, le briciole di pane raffermo davano sostentamento alla fauna selvatica del laghetto e Giuseppe si sentiva in assoluta armonia con l’universo.

Un pomeriggio d’autunno inoltrato, Giuseppe sedeva, come al solito, sulla sua panchina, con accanto un libro. Lo sguardo era puntato verso l’infinito, i pensieri si libravano liberi.

All’improvviso, qualcuno lo toccò lievemente sulla spalla, da dietro. Giuseppe sobbalzò leggermente, ma si volse con fare cordiale e con un sorriso incoraggiante.

Un bambino biondo e lentigginoso, di circa nove o dieci anni, gli stava a sua volta sorridendo con un’aria da monello, mostrando due palette enormi e distanziate.

“Posso sedermi con te?”.

“Certo, accomodati”. Gli rispose Giuseppe facendogli spazio.

“Come ti chiami?”.

“Io sono Giuseppe, e tu?”.

“Davide”.

“Come mai vuoi stare qui con me e non laggiù con la tua mamma?”.

“Perché la mamma e le sue amiche parlano tutto il tempo del Grande Fratello, di attori e cantanti e pettegolano. Io mi stufo. E’ un po’ che ti vedo. Tu dai da mangiare agli animali del laghetto e leggi tutto il tempo. Da te c’è calma.”

Il bambino si mise a giocherellare con il bastone di Giuseppe. “Come mai ha sette nodi il tuo bastone?”.

“E’ un mistero che un giorno ti svelerò, ma ora è troppo presto…” gli rispose l’anziano schiacciando l’occhiolino.

Davide e Giuseppe chiacchierarono a lungo con il tepore del sole autunnale che li scaldava. Giuseppe sapeva di essere già un po’ perduto, perché quando due anime si incontrano nulla è mai più come prima.

Giuseppe si rese presto conto che la presenza di Davide aveva rischiarato il suo cammino. Il bimbo frequentava con regolarità il parco nei pomeriggi in cui non aveva i rientri scolastici.

La mamma, una ragazza giovane con una massa di ricci rossi e una risata cristallina era una persona semplice che aveva deciso, per indole e necessità, di navigare in superficie.

Era, tuttavia, molto attaccata al figlio e un giorno, incuriosita dalla lunghe chiacchiere del figlio, era anche andata a presentarsi a Giuseppe, tanto per vedere che fosse una persona a posto. Si era congedata dai due spiegando al più anziano che Davide non aveva i nonni e che perciò, probabilmente, si sentiva attratto dalla sua figura.

Lo aveva, inoltre, pregato di non farsi scrupolo a manifestare il suo disagio qualora Davide fosse diventato troppo insistente.

Il bimbo, al contrario, era un dono dal cielo per Giuseppe. Era un conversatore arguto e intelligente, un grande osservatore dei fatti della vita e possedeva la rara capacità di ascoltare gli altri con attenzione, facendoli sentire al centro del suo universo.

Un giorno, dopo diverse settimane dal loro primo incontro, Davide colpì Giuseppe chiedendogli: “Ma tu sei solo? Non ce l’hai una moglie, dei figli?”. Sembrava più preoccupato che curioso.

“No, sono completamente solo, Davide. Anche se non è vero che non conosco nessuno, adesso ho te”.

“E dove sono andati tutti?”.

“Avevo solo mia moglie, Irene. E’ morta tanti anni fa, nel 1977. Forse è l’anno in cui nasceva la tua mamma”.

“E come mai è morta?”.

Giuseppe aveva deciso, fin dall’inizio, di essere franco con il suo piccolo interlocutore, e rispose: “Irene è stata uccisa perché era un magistrato che combatteva per la giustizia. Tu sai, Davide, cosa è un magistrato?”.

“Beh, non proprio. Ogni tanto vedo che ne parlano ai telegiornali e li fanno anche vedere, indossano una buffa mantella nera…”.

Giuseppe rise di gusto. “Eh, già. Un magistrato è una persona che ha studiato la legge e che vuole che il bene prevalga sul male”.

Davide corrucciò la fronte e sembrò molto molto perplesso; non riusciva a capire come mai qualcuno avesse deciso di uccidere la moglie di Giuseppe. Aveva un’infinità di domande da porre e, alla fine, fece la domanda che gli sembrò più sensata: “Sei triste per Irene? Sei ancora arrabbiato?”.

“Sì, sono molto triste quando penso a lei, ma sono anche grato per il tempo che abbiamo potuto trascorrere insieme. E no, non sono più arrabbiato, né perché non c’è più, né con i suoi assassini”.

La conoscenza è come una torta: dovrebbe essercene una fetta per tutti. Credendo fortemente in ciò, Giuseppe donava ogni settimana a Davide un libro della sua collezione.

Il bimbo assorbiva tutto come una spugna e tempestava il suo amico di domande, alle quali egli rispondeva con pazienza e approfonditamente.

Passato l’inverno, la primavera cominciava a mostrare i primi germogli, le giornate erano più lunghe e nell’aria aleggiavano gli intensi profumi che la natura emana al suo risveglio.

Per l’ottantesimo compleanno di Giuseppe, Davide arrivò alla panchina del parco con una gigantesca torta sulla quale troneggiavano due candele a forma di otto e di zero e la scritta “buon compleanno da Davide”. Gli spiegò, orgoglioso, che l’aveva comprata tutta con i suoi risparmi, rinunciando ad un gioco della Playstation e che la mamma aveva fatto solo da consulente per l’acquisto. La mangiarono di gusto, ridendo e scherzando come due bambini felici.

Con il termine dell’anno scolastico, Davide intensificò le sue visite al parco, andandovi tutti i giorni. Un lunedì Giuseppe non si presentò al loro consueto appuntamento. Davide ci rimase male, ma pensò che Giuseppe non si fosse ricordato di avvertirlo di qualche appuntamento.Dopo tre giorni, il mercoledì, Davide era decisamente in ansia e una sottile inquietudine pervadeva tutto il suo essere.

Corse dalla mamma e, interrompendo la sua conversazione con le amiche, le confidò tutte le sue preoccupazioni, disse che Giuseppe doveva sicuramente abitare lì vicino e la pregò di aiutarlo a cercare il suo amico. La madre comprese immediatamente lo stato d’animo del figlio e gli disse di controllare se, su qualche suo libro, non vi fosse l’indirizzo dell’anziano. A casa Davide trovò presto un vecchio libro con le indicazioni necessarie a rintracciare Giuseppe. Partirono con la cinquecento scassata e piena di buste dello shopping della madre.

Il palazzo era storico e incuteva un po’ di timore. La madre prese per mano Davide e si recarono dalla portinaia. La signora, simpatica e rubizza, spiegò che Giuseppe, dopo una lunga malattia, era morto domenica e che i funerali si erano già svolti. Purtroppo nessuno, se non qualche vicino, aveva partecipato alla cerimonia. Aggiunse che il signor Giuseppe aveva già da tempo dato disposizioni per la sua dipartita e che aveva lasciato una scatola da dare ad un bambino di nome Davide.

Davide era scosso dal pianto e si sentiva come se un pezzo della sua vita avesse violentemente deciso di abbandonarlo. La mamma e la portinaia cercarono di consolarlo abbracciandolo e baciandolo e lo convinsero ad aprire la scatola ricevuta in eredità. Dentro vi erano il mantello di Giuseppe accuratamente piegato, il bastone dai sette nodi, la lampada appoggiata sul cuscino di velluto rosso, un album di fotografie di lui e Irene ed un biglietto:

Caro Davide,

ti lascio questi oggetti speciali e tutti i miei libri. L’affitto del mio appartamento è pagato fino al tuo diciottesimo anno d’età. Ti ci potrai rifugiare quando vorrai e, da adulto, deciderai cosa farne. Abbi cura di te e della tua mamma. Ricordati che la vita dell’eremita è costellata di difficoltà; talvolta è una scelta, talvolta un destino. Scegli il tuo cammino. Io ti sarò sempre vicino. Con immenso affetto, tuo Giuseppe”.


 

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DIARI
22 novembre 2008
Confessiamoci: descrivete la peggior figura della vostra vita.

Siete dei gaffeurs incalliti? Avete rimediato figuracce tremende? Spesso il vostro viso diventa rosso vermiglio per l’imbarazzo? Se mangiate l’insalata immancabilmente il verde vi rimane in mezzo ai denti ed i commensali vi avvertono solo quando la serata è ormai terminata? Se avete risposto sì ad una delle domande, confessatevi!
Ovviamente parto io, ma racconterò un episodio del mio passato in terza persona, così mi riesce meglio.

Arte ha quindici anni, nessun brufolo ma un sedere a capanna ed una vita sociale pari ad un bradipo in letargo. Il papà di Arte ha una morosa di Milano con dei figli già grandi, anzi ai miei occhi vecchi (chissà perché per una di 15 anni uno di 25/30 anni è già con un piede nella tomba…). Un sabato sera i ragazzi la invitano ad uscire con i loro amici. I ragazzi, probabilmente, ritengono Arte una specie di palla al piede, ma lei, invece, è emozionatissima e desiderosa di fare amicizia. Essendo timida, cerca una vittima alla quale attaccare bottone per rompere il ghiaccio.
In piedi davanti alla pizzeria c’è una bella ragazza con dei ricci stupendi, un po’ arcigna ma con un look “vaporoso” composto da camicia etnica e gonnellona lunghissima. Arte, circospetta, si avvicina e, preso il coraggio a quattro e più mani, profferisce una tipica frase da “conosciamoci”:
“Ciao, mi chiamo Arte” - indicando con le mani alle vistose stampelle alle quali la ragazza si appoggia - “vedo che hai le stampelle, sei caduta sciando?” (era inverno, giuro).
La ragazza non cambia di un millimetro l’espressione del viso, guarda perplessa mentre alza lentamente un lato della gonna. Punta dritta negli occhi di Arte e soffia: “Mi manca una gamba!”.

Ecco, sì, una bella figura di m….da. Avrei voluto sprofondarmi fino a superare la crosta terrestre ad arrivare direttamente nel nucleo della terra.
E voi? Aspetto aneddoti e rivelazioni, sfogatevi nei commenti.

Ciao e buon freddo fine settimana. Arte.


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DIARI
8 novembre 2008
Dedicato al mio cane Tarzan, fedele amico dell'infanzia.
Quando mia mamma morì, dopo sei mesi di inutile lotta contro una grave malattia, mi accorsi del fatto che qualcosa di terribile era successo anche dall’agitazione di Tarzan. Io avevo dieci anni, lui di anni ne aveva sei.
Entrò nella mia vita nel periodo in cui vivevo in Germania e la TV tedesca trasmetteva il mitico Tarzan interpretato dall’aitante (ai miei occhi) ex nuotatore americano Johnny Weissmüller.
Così lo battezzai, stregata dal suo lucente e morbido manto fulvo, dagli eleganti calzini bianchi, dal villoso petto perlaceo e dal rugoso muso corvino che lo rendevano, al mio sguardo innamorato, il più bell’esemplare di boxer mai nato sul globo terrestre.
Al solo vederlo, cadevo in un brodo di giuggiole che mi faceva dichiarare ad amici e parenti che io, da grande, avrei sposato Tarzan.
Nonostante fossi figlia unica, avevo trovato nel principe fulvo un fratello da amare e un amico speciale: di notte, una volta sgattaiolato di nascosto nella mia cameretta, dividevamo la stessa coperta; per quanto riguardava i giochi, la sua prestanza molossoidea lo rendeva un ottimo bersaglio per le palle di neve in inverno e le secchiate di acqua in estate, nonché compagno ideale di qualsiasi avventura.
A sei anni i miei genitori decisero che era giunto il momento di tornare in Italia.
Io, tuttavia, ero disperata poiché lasciavo i miei amati nonni, la mia prima casa, i miei amici. In quei momenti tristi bastava una convinta slapazzata di Tarzan per asciugarmi le lacrime dal volto. Chissà, magari gli piaceva semplicemente il sapore salato delle mie lacrime.
Con lui dividevo lo sforzo di imparare la dolce lingua italiana, proprio con lui che viveva di “sitz”, “platz”, “komm”, “fuss” ed altri comandi asciutti.
Alle sue erte orecchie declamavo le prime poesie mandate a memoria e confidavo ogni segreto che necessitasse di uno scrigno nascosto per essere conservato.
Il suo amore sconfinato e la sua fedeltà incondizionata emersero ancor più chiaramente dopo la scomparsa di mia madre.
Quante volte camminavo, inconsolabile, nel mio giardino. Quante volte sedevo triste sotto l’ulivo con Tarzan appoggiato pigramente alla mia spalla.
Il mio boxer mi guardava con quei rotondi occhi un po’ cadenti, alla Sylvester Stallone, e sembrava dirmi che accoglieva ogni atomo del mio dolore; io osservavo i suoi occhi, caratterizzati dalla mezzaluna bianca laterale che, tuttora, mi ricorda i putti michelangioleschi e mi sentivo semplicemente amata.
Benché l’attenzione che mi prestava non scemasse mai, talvolta il suo sguardo vagava, chissà se distratto dal ricordo di un succulento osso o di un roseo riccio di gomma.
Tarzan morì nel 1987 alla veneranda età, per un boxer, di tredici anni. Aveva mantenuto il suo animo fanciullesco fino all’ultimo, giocando con me anche il giorno prima di star male.
Piansi, quasi ininterrottamente, per due settimane e non me ne feci mai del tutto una ragione. Fu una sorta di passaggio all’età adulta, poiché si ruppero improvvisamente l’incanto e la magia dell’infanzia e dell’adolescenza.
Adesso, mentre scrivo, mi rendo conto che sono passati più di venti anni. Per la nostra cultura antropocentrica gli animali non sono dotati di anima; ciononostante, io spero vivamente che le nostre due anime, un giorno, si possano sfiorare anche solo brevemente.
Voglio potergli dire che lo ringrazio per non essersi mai mosso dal mio fianco, per avermi sempre amata, fedele e silenzioso, e vorrei gettare ancora una volta le mie braccia intorno al suo possente collo e confessargli che, grazie a lui, da ragazzina non ho commesso sciocchezze e ho potuto sperare in un futuro meno doloroso.

15 ottobre 2008
Alla ricerca del cielo blu - Fiaba racconto

Guendalina era una fata semi-turchina. Non lo era del tutto, come le altre fate, perché aveva un carattere un po’ irascibile. Quando s’arrabbiava, ce n’era proprio per tutti. Ciononostante, i suoi aiutanti e le altre fate le volevano molto bene, grazie al suo cuore d’oro per i bambini.

Quella mattina Guendalina sedeva pensosa su un masso, al confine con il bosco dove abitava. Si teneva il mento con una mano e bofonchiava tra sé e sé. Stava guardando, in lontananza, la grande città dove abitavano migliaia di bambini; constatava, triste, che il cielo là era scuro, la foschia era grigia e densa, le case ricoperte di fuliggine nera.

Scosse la testa e poi si alzò di scatto, tutta frenetica. “Aiutanti, aiutanti, venite qua SUBITO, tutti!”.

Gli aiutanti, colti nel momento della loro siesta pomeridiana, ebbero la terribile idea di muoversi lentamente. Trascorsi ben trenta secondi inutilmente, Guendalina urlò a squarciagola: “Aiutanti, vi avverto, sto per ARRABBIARMI. Fate andare quei sederi stanchi!”.

Non ci fu bisogno di altro. Velocemente, uno alla volta, arrivarono al suo cospetto Miranda – l’amica panda, Ottaviano – l’orso vegetariano, Gastone – la lumaca con il bastone, Mimosa – l’ape sciccosa e Ivo – il gatto cattivo.

“Ah, bene, eccovi finalmente. Ce n’è voluto, eh”.

“Cosa ti scuote, cara Guendalina?” disse Ottaviano, sgranocchiando la carota che aveva in mano.

“Sono arrabbiata, ecco cosa sono”.

Miranda e Ivo si scambiarono un’occhiata veloce, roteando gli occhi all’insù, con l’aria di pensare “sai che novità!”.

Puntando l’indice verso la vallata lontana dove si trovava la grande città, la fata spiegò: “Sono arrabbiata perché migliaia di bambini laggiù sono sicuramente tristi. Il loro cielo è inquinato e buio, le loro case hanno una patina di sporco e il sole si vede a malapena. Non è giusto, sono privati di un loro diritto fondamentale, AVERE IL CIELO BLU!!”.

Gli aiutanti si guardarono tutti leggermente perplessi, tanto che Mimosa, ronzando un po’ dubbiosa con le sue belle ali d’ape, domandò timidamente: “Guendalina… Certo, è vero quello che dici. Noi cosa possiamo farci? Lo sai che gli uomini sono fatti così. Hanno sì delle belle città, ma piene di inquinamento. Non saremo certo noi a poter cambiare le cose, purtroppo”. Mimosa terminò il suo discorso allargando, sconsolata, le ali. Gli altri aiutanti annuirono.

Guendalina li guardò e, più dolce del solito, rispose: “Ma come? Proprio voi ve ne tirate fuori? Noi, qua, stiamo già meglio di loro e ci ricordiamo benissimo del cielo blu e limpido della nostra infanzia. Io voglio che anche quei bambini laggiù lo possano avere”.

“Va bene, va bene”. La interruppe Ivo, lisciandosi i baffi da banditello. “Hai qualche idea su come fare a recuperare questo CIELO BLU?”.

“Beh, è semplice. Andremo in giro per il mondo a cercare il più bel cielo blu che esista, ne taglieremo una bella fetta e con questa, una volta tornati, ricopriremo la città e faremo felici i bambini”. Rispose Guendalina convinta.

La lumaca Gastone replicò: “Ah, ecco. Come abbiamo fatto a non pensarci prima…”.

“Su, su, niente storie. Vi voglio qui, in assetto di partenza, tra… cinque minuti”.

Tutti gli aiutanti si mossero in fretta e furia. Guendalina si mise la veste da fata più bella che aveva, tirò fuori dalla scatola la sua bacchetta magica al titanio rinforzato e preparò la navicella che andava con l’energia del sole e del vento. Pensò anche alle provviste per i suoi aiutanti, in vista di un viaggio lungo: raccolse dei rami di bambù per Miranda, fece scorta di frutta e verdura per Ottaviano, mise tre bastoni intarsiati per Gastone, diversi abiti eleganti per Mimosa e una quantità di giochini per Ivo.

La navicella decollò con un lieve sibilo; sole e vento davano energia in quantità, Guendalina guidava, alquanto indisciplinata, e la combriccola degli aiutanti rideva e scherzava allegramente.

Dopo diverse ore atterrarono, non senza qualche turbolenza, in una magnifica oasi nel deserto. Là il cielo era meraviglioso, limpido e splendente. “Ohhh” dissero tutti in coro Guendalina e gli aiutanti. La fata impartì le disposizioni: “Bene. Gli abitanti del deserto non conoscono orsi e panda, quindi Ottaviano e Miranda rimarranno con me. Gli altri vadano a convincere uomini e animali dell’importanza della nostra missione, in modo che la notizia si diffonda e noi si possa ricevere un pezzo di cielo del deserto. Su, sbrigatevi. L’appuntamento è qui, per stasera”.

La lumaca Gastone, l’ape Mimosa e il gatto Ivo si misero al lavoro. Considerato che Gastone non era proprio un centometrista, che Mimosa si perse via a guardare delle botteghe e che Ivo s’azzuffò con non pochi gatti che gli stavano antipatici, l’esito non fu dei più brillanti.

Anche la fata Guendalina, l’orso Ottaviano e la panda Miranda si diedero da fare dal loro campo base nell’oasi. Quando passavano viandanti, nomadi ed animali, essi spiegavano animatamente le loro intenzioni, ma con scarsi risultati. Alla sera si ritrovarono tutti quanti e, scuotendo la testa, convennero che quella parte del mondo non era sensibile alla loro causa. Gastone, come più anziano del gruppo, disse saggiamente: “Beh, non si può certo togliere a chi non vuole dare…”.

Dopo una lauta cena, ripartirono un pochino affranti ma sazi, e decisero di dirigere la navicella eolico/solare verso un luogo più accogliente.

Arrivati nella zona dei grandi laghi, in mezzo a boschi immensi e maestosi, controllarono subito la qualità del blu del cielo. Sì, era decisamente un blu intenso e rasserenante, ricco di sfumature.

Stavolta si mossero in gruppo per tentare di convincere uomini ed animali a donare un pezzo del loro cielo ai bambini della città. Sembrava, in effetti, che l’impresa non fosse impossibile. Gli abitanti ascoltavano con attenzione, gli animali si passavano voce gli uni con gli altri.

Dopo un’intera giornata di dialoghi e spiegazioni la comunità era in procinto di fare il grande passo.

Tuttavia, quando il tutto stava per concludersi, comparve improvvisamente un omino piccolo, con radi capelli in testa, che indossava un completo grigio a righe. Nella mano sinistra teneva una ventiquattrore consunta e nella destra una stampata chilometrica. Si diresse con fare sicuro verso Guendalina e, con una voce stridula e fastidiosa, disse:

“Buongiorno a tutti. Sono il Signor Di Calcolo. Sono il modesto ragioniere di questa ridente comunità. Felice della meritevole iniziativa da voi intrapresa, sono venuto a comunicarvi il piccolo contributo economico che vi viene richiesto per poter portare via un lembo del nostro cielo”.

Guendalina, tanto per cambiare, si arrabbiò e disse, alzando la voce: “Cosa? Cosa avete detto? Ma siete impazziti? Non si era mai parlato di soldi! Cosa volete, speculare sui bisogni di bambini innocenti?”.

Di Calcolo rispose mellifluo: “Ma Signora Fata, non si adiri. In fondo, vi chiediamo solo un piccolo contributo di trecentoquaranta milioni e sessanta centesimi di dollari. Sa, il nostro cielo non è cosa da poco…”.

A Ottaviano andò di traverso una zucchina, Mimosa si agitò talmente tanto da fare andare a mille le ali che, appiccicatesi, la fecero tombolare a terra. A Gastone, per la botta della notizia, si ruppe il bastone. Miranda frugava inutilmente nelle tasche alla ricerca degli ultimi spiccioli. Ivo aveva uno strano luccichio negli occhi felini e si stava affilando gli artigli. Di Guendalina, non parliamone. In quel momento, dimentica di essere una soave fata, avrebbe voluto conoscere un concentrato di tutte le arti marziali del mondo.

Gastone pensò pochi istanti, corrucciando la sua umida fronte di lumaca, e si lasciò sfuggire l’ennesima perla di saggezza:

“Abbandonare non mi duole

chi non mi vuole.

Salutiamo il ragioniere

Dicendogli

Sei un filibustiere”.

Guendalina mise in moto la navicella, mandando una sgasata di vapore acqueo in faccia ai presenti.

Sia lei che gli aiutanti erano affranti. La fata cercò di rincuorarli: “Suvvia, ragazzi. Adesso raggiungeremo il tetto del mondo. Vedrete che là gli animi sono puri e gli abitanti vorranno sicuramente aiutarci”.

In effetti, l’accoglienza fu del tutto diversa. Gli abitanti avevano occhi che irradiavano gioia, un sorriso incantevole e parlavano una lingua dolce e musicale. Gli abiti, fatti a mano, erano variopinti e dalle fogge multiformi. Anche gli animali erano mansueti e ben disposti.

Guendalina e gli aiutanti furono fatti accomodare intorno a un piccolo falò e fu loro offerta una sontuosa cena con molteplici pietanze, ricche di spezie e di aromi deliziosi.

Bastò poco per spiegare il motivo del loro arrivo nel villaggio. Gli abitanti trovavano l’idea del gruppo entusiasmante. Dopo cena fu tutto un fermento per preparare il taglio del cielo. Le anziane del villaggio misero insieme migliaia di stelle, le più belle e brillanti.

Bbbzzzzzz…Bruzzzzz……Fsssssss… Guendalina si dava un gran da fare con la bacchetta magica al titanio rinforzato. Sembrava il direttore d’orchestra del concerto di Capodanno a Vienna cosicché, in breve tempo, riuscì a ritagliare una fetta enorme di cielo. Le anziane, con bambini e bambine, cominciarono a prendere dalle ceste tutte le stelle raccolte e a posizionarle, con armonia, sulla fetta di cielo.

Alla fine tutti quanti aiutarono a piegare ordinatamente il lembo di cielo e a caricarlo sulla navicella.

Dopo centinaia di baci e abbracci, il commiato risultò ancora più duro. Guendalina e gli aiutanti ringraziarono di cuore gli abitanti per la loro generosità senza confini. A Mimosa e Miranda, le più emotive del gruppo, scapparono anche delle lacrimucce. Gastone e Ottaviano sventolarono per tutto il tempo della partenza i fazzoletti per dire “ciao, ciao” e Ivo, per niente cattivo, gettò dalla navicella tutti i suoi giochini da gatto mattacchione per regalarli ai bambini.

Le ore passarono in fretta, benché la navicella non fosse proprio leggerissima, e il gruppo riuscì ad arrivare a casa nel bosco verso l’imbrunire.

A Guendalina e all’ape Mimosa toccò trasportare la fetta di cielo dall’alto; Ivo, grazie al suo orientamento da gatto, dirigeva il gruppo tirando il cielo dal davanti; Gastone, con le sue antennine, controllava la direzione da dietro, mentre Ottaviano e Miranda, in quanto grandi e forti, reggevano il peso da sotto.

Guendalina non riusciva proprio a tenere la bocca chiusa, così nell’aria echeggiavano vari: “Ivo, non ti distrarre. Gastone, non ti inciampare. Mimosa, dai, che non ti si rovinano le alucce. Ottaviano, Miranda, siete leeenti!”.

A forza di dai e dai, la città fu ricoperta del più bel cielo stellato mai visto prima giusto per l’ora della ninna nanna.

I bambini, dai loro letti, sbirciavano tutto quello splendore dalle finestre e si addormentarono con un senso di pace nel cuore.

Ma la sorpresa più bella arrivò al mattino, al risveglio. Il cielo era di un color indaco indescrivibile, tutto era limpido, l’aria era tersa, delle case si vedevano i colori e il sole era privo di aloni.

I bambini erano letteralmente… al settimo cielo. Tutto il giorno nelle scuole della città non si parlò d’altro, si composero temi e si fecero disegni su disegni. All’intervallo i nasi erano tutti puntati all’insù, in un misto di stupore e felicità.

Guendalina, dai margini del bosco, vide diverse di queste scene nella sua palla magica di cadmonio fotoattivo.

Sorrideva, sorrideva, sorrideva e il cuore le danzava leggero nel petto.

Per una volta, invece di strillare, chiamò a raccolta i suoi aiutanti premendo dolcemente il citofono interchilometrico.

Quando arrivarono, fece una carezza a tutti e disse: “Bravi, siete stati eccezionali”.


DIARI
4 ottobre 2008
Nuova vita


Il leggero sciabordio della nave contrastava con il metallico clangore prodotto dai marinai che approntavano l’attracco. Una foschia ovattata di rosa cingeva Nuova York e la Statua della Libertà sembrava ergere, impettita, uno stecco di zucchero filato.

Le brache un po’ scappate, il calzino rabberciato, la camicia indecisa e la coppola in tralice accompagnavano, con fare sicuro, Vincenzo Benetti nell’infinito stanzone di Ellis Island che accoglieva gli emigranti di mezzo mondo.

Quella mattina del 20 aprile 1920, invece, la valigia procedeva con fare più titubante, resa plumbea dai cristalli di lacrime di nonna Rosa, dalla marmellata di cuore e singhiozzi della virginea Filippa e dai dolcetti alle mandorle “Mangia, figghiu miu” di mamma Addolorata.

Quando, finalmente, abiti e valigia decisero di incedere in sincrono, Vincenzo sentì le narici inspirare tutte le spezie ed i profumi del mondo, nonché qualche miasma, che aleggiavano mescendosi nell’aria.

<< Name and family name! >> sputò stentoreo l’impiegato, lisciandosi la barba rossiccia, con il capo stancamente chino, ancorato al suo registro.

<< Vincenzobenetti >> s’infilarono quindici lettere in un fiato solo. L’accozzaglia di suoni cacofonici fu risolta dal magnanimo travèt con un democratico: Vince Bennet.

Le nuove lettere, ringalluzzite, decisero repentinamente che un nome nuovo valesse bene una vita diversa.

Verso l’imbrunire, le luci del Nuovo Mondo e gli occhi increduli dei bambini che giocavano sulla banchina, videro una valigia di cartone fluttuare leggera nell’acqua.

Esattamente cinquanta anni dopo uno zelante impiegato annotò sul registro di Ellis Island la scritta “American Citizen” accanto alle generalità di Vince Bennet.

Alla cerimonia di giuramento alla Costituzione, il rolex d’oro, la testolina da valchiria bionda della consorte e l’ammasso di muscoli hawardiano del figlio di Vince si congratularono, petulanti, per il lusso chiassoso raggiunto dal loro mentore.

Vincenzo Benetti, tuttavia, lottò inutilmente con una lacrima insistente e proditoria.

Ottenuto tutto, ripensò con rimpianto al contenuto di quel cartone a nido d’api affondato dolente nell’Hudson.



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